ITINERARI

ITINERARI DEL TERRITORIO

In questa pagina raccogliamo per voi alcuni itinerari possibili del nostro territorio e lo facciamo grazie al lavoro meticoloso di un nostro ospite e amico Paolo Benini che vive a Ravenna ma che è talmente  innamorato della Sicilia che ha studiato e scritto per noi alcuni itinerari.

NEL REGNO DI FRANCO BATTIATO

Abito in una casa di collina
E userò la macchina tre volte al mese
Con 2000 lire di benzina
Scendo giù in paese
Quante lucertole attraversano la strada
Vanno veloci ed io più piano ad evitarle
Quanti giardini di aranci e limoni
Balconi traboccanti di gerani….

(Giubbe Rosse – Franco Battiato – 1989)

RIPOSTO (O JONIA) ME GENUIT Franco Battiato, il grande Franco Battiato, nasce il 23/3/1945 a Riposto quando Riposto…. non figurava sulle carte geografiche. Le biografie infatti riportano come città natale Jonia, che invano cercheremmo sulle mappe odierne. Jonia o Riposto dunque? L’arcano è presto svelato. Nel novembre 1939 un decreto legge stabilì che di due comuni, Riposto e Giarre (città geograficamente adiacenti ma caratterialmente talvolta divergenti) se ne istituisse uno solo, denominato dapprima, senza mettere troppo a dura prova la fantasia, Giarre-Riposto e poi, a partire da maggio 1942 Jonia. La fusione, combinata d’imperio, si rivelò subito un matrimonio mal riuscito che, in quanto tale, fatalmente si concluse col divorzio. Così, nel novembre del 1945, il comune di Jonia fu soppresso e dalle sue spoglie riemersero coi loro vecchi nomi Riposto e Giarre, finalmente ora felicemente separati. Ma nel frattempo, otto mesi prima, era già nato Franco Battiato. Amministrativamente a Jonia, ma a Riposto per la geografia.

Battiato

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RIPOSTO CITTA’ DI MUSICA – Franco Battiato ha dato alla luce, nel corso di una carriera ultracinquantennale impossibile da riassumere in poche righe, una sterminata produzione musicale, spaziando per generi diversi senza mai perdere un’identità e una riconoscibilità immediata. Riposto può e deve gloriarsi di avergli dato i natali. Così come può vantarsi di essere la città di nascita di uno dei più grandi cantastorie siciliani di sempre, Orazio Strano (1904-1981) e del cantautore Gregorio Alicata (nato nel 1940), assieme al quale Franco Battiato creò il sodalizio canoro battezzato “Gli Ambulanti”, e di esser stata visitata, nel 1882, da Richard Wagner, come testimoniato da una lapide posizionato alla Dogana.

SICILIA BEDDA MIA SICILIA BEDDA – Canzoni in dialetto, nomi di luoghi, usanze e tradizioni: sono tantissimi nella musica, ed in generale nella produzione artistica, di Franco Battiato i riferimenti alla Sicilia, sotto forma di immagini, profumi, impressioni, citazioni. Della canzone “Giubbe Rosse”, composta nel 1989, dichiara che “è una specie di inno alla Sicilia. Parlo dei suoi cieli e sento che tornando a vivere a Sud, ho ritrovato uno spazio che credevo mitico e invece esiste veramente, è reale”
1) ITINERARIO RIPOSTESE– Il viaggio sulle tracce di Franco Battiato inizia doverosamente da Riposto, sua città di nascita e di formazione, attraverso queste tappe:
LA CASA DELL’INFANZIA – Ad appena 150 metri dal b&b I Mastrazzi, in via da Bormida, a due passi dalla chiesa del Carmine, si trova la casa dove Battiato trascorse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Riposto dal mare
IL LUNGOMARE “Un giorno da ragazzi camminavamo sul lungomare, mi disse sanno già di noi, vieni a casa ti presento ai miei” (da “Il mito dell’amore – 1988); “Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare” (da Sequenze e frequenze – 1973). Vale la pena correre, camminare o pedalare sul lungomare vegliati dallo Jonio ad est, e dall’Etna a Ovest, Ampio, spazioso, contornato da muretti di pietra lavica, provvisto di una pista ciclabile larga ed illuminato nel tratto, di circa 3 Km, che collega il centro di Riposto ed uno dei suoi quartieri, Torre Archirafi, a sud. Contraddistinto anche dalla presenza di alcuni orologi solari. A nord di Riposto prosegue verso Fondachello e Marina di Cottone.

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IL MERCATO DEL PESCE – citato nel brano “Giubbe Rosse” (“Passare dal mercato del pesce”) e immortalato nel video della canzone stessa. E’ in stile liberty, fronteggia il moderno e funzionale “Porto dell’Etna Marina di Riposto” ed in prossimità dell’Istituto Nautico, uno dei più antichi e prestigiosi d’Italia.

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PERDUTO AMOR – Franco Battiato si è cimentato anche come regista cinematografico. Il suo primo film, Perduto amor, uscito nelle sale nel maggio 2003, è stato girato, in parte, anche a Riposto. La pellicola si apre su Corso Italia, la via principale pavimentata a basolato lavico, in lieve ma inesorabile salita da mare a monte su cui si affacciano molti palazzi di fine 800/inizio 900 in stile liberty, che collega senza soluzione di continuità Riposto e Giarre. Nel film, al numero 95 del corso venne individuata la casa del protagonista, Ettore Corvaja, alter ego di Battiato stesso. Nel cortile interno di questa abitazione si svolge una delle prime scene, quella delle sarte al lavoro. Tra queste mura, per alcuni anni, quasi a voler conservare la memoria del film, rimase aperto un caffè letterario denominato Cuba libro. Sulla vicina e stretta Via Gramsci si muove una combriccola di personaggi in maschera che raggiunge la casa di Ettore.

Via Cavour

LA FERROVIA CIRCUMETNEA – “A litturina da Ciccum-Etnea” è citata nel brano cantato in dialetto “Stranizza d’Amuri”, del 1979. La linea ferroviaria, che permette di gustarsi a velocità lenta i meravigliosi scenari naturali dei paesi etnei fra vigneti, agrumeti, uliveti e pistacchieti, e“sciare delle ginestre” (la parola sciara è di derivazione araba e sta a significare“lingue di fuoco”, quindi il portato di un eruzione vulcanica) è lunga 111 Km e ha come stazione di partenza Riposto, in Piazza Cardinale Dusmet, e di arrivo Catania Borgo. Mediatamente occorrono più di tre ore per percorrere l’intera tratta, trasbordo a Randazzo compreso. Una littorina arrancante fra colate laviche si ammira nel film Perduto Amor. A bordo un professore, interpretato dal pianista Antonio Ballista, storico collaboratore di Battiato, fulmina a parole alcuni giovinastri presuntuosi ed ignoranti.
VADDUNISCAMMACCA – “’Ndovadduni da Scammacca/ i carritteri ogni tanti lassaunu i loru bisogni/ e i muscuni ci abbulaunusupra./Iemmu a caccia di lucettuli.” (Stranizzad’amuri – 1979). Cosa e dove fosse esattamente questo Vadduni Scammacca rimane un mistero. Quasi certamente un ruscello o un piccolo torrente che non esiste più, tombato e trasformato in strada. Una ipotesi lo identifica col torrente del folletto (personaggio favolistico a cui è legata una leggenda ripostese) che correva lungo l’attuale Circonvallazione Sturiale, nelle vicinanze della casa d’infanzia di Battiato e della stazione della Circumetnea. Altre ipotesi lo situano più ad occidente, verso Giarre, lungo Via Piersanti Mattarella o Via Libertà.Scammacca è invece è un il cognome di una dinastia di possidenti terrieri attiva fra Santa Venerina e Riposto.
ALTRO A RIPOSTO – Nell’album “Mademoiselle le Gladiator” del 1975, Battiato nei crediti ringrazia la pasticceria dei fratelli Costanzo. Ora il locale, situato quasi di fronte alla splendida basilica di San Pietro, ha cambiato nome ma si tramanda la memoria dell’antica denominazione in una lastra marmorea esposta sul muro esterno. Almeno in 3 circostanze ha cantato a Riposto: nel Ferragosto del 1969 a Villa Pantano, a metà degli anni 70, e il 30/8/1982 a Piazza Commercio, “davanti a una folla strabocchevole”.

Gioventù di Riposto. (Da un nostro album fotografico)

Gioventù di Riposto.
(Da un nostro album fotografico)

2) ALTRI LUOGHI DI “PERDUTO AMOR”–
A Fiumefreddo di Sicilia, una decina di Km a nord di Riposto, è stata girata, all’interno della Riserva Naturale Orientata “Fiume Fiumefreddo”, nei pressi di una pozza d’acqua (quadara in siciliano) dalla quale sembra giostrare una bianca entità metafisica, la scena in cui il protagonista Ettore conversa con altri due bambini compagni di gioco in una lingua criptica e incomprensibile. La riserva è magnifica, caratterizzata da vegetazione di ambiente di fiume ripariale e sommersa e di acquitrinio e conseguentemente ricca di biodiversità faunistica. Ad esempio qui vegeta il papiro. Si può raggiungere in bicicletta, percorrendo il lungomare fino a Marina di Cottone per poi svoltare a sinistra in direzione Fiumefreddo oppure in treno, fermandosi alla stazione omonima e dirigendosi a piedi verso il mare.
In una breve sequenza notturna di luna piena vengono inquadrati l’Isola Lachea ed il Faraglione Grande, gli scogli principali dell’arcipelago della Riviera dei Ciclopi (quelli che secondo il mito sarebbero stati scagliati dall’infuriato ed accecato Polifemo contro il fuggitivo Ulisse) di Acitrezza. Seduto sui gradini della vicinissima Piazza Castello ad Acicastello, Ettore, diventato ormai diciottenne (nei suoi panni l’attore Corrado Fortuna) annuncia ad un amico di voler lasciare la Sicilia e trasferirsi a Milano. Ad Acitrezza, come è più che risaputo, è ambientato il romanzo di Giovanni Verga “I Malavoglia”. Il meraviglioso borgo marinaro si raggiunge da Catania in autobus tramite la linea urbana 534 di ATM.
A Santa Venerina, una delle cittadine adagiate sulle basse pendici orientali dell’Etna, a meno di 10 Km da Riposto, c’è Casale Lesina-Villa Fago (situata fra le Vie Fago e XXV Aprile; se si sale da Giarre la si incontra prima di entrare nel centro cittadino), nei pressi della quale, dopo aver camminato per una stradina di campagna delimitata da “muri bassi di pietra lavica che arrivano al mare, Mary (interpretata da un’eccelsa Donatella Finocchiaro), madre dell’ancor piccolo Ettore trova conferma dell’infedeltà del marito. Da Riposto (e da Acireale) Santa Venerina è raggiungibile con le autolinee Zappalà e Torrisi. La stazione ferroviaria meno distante è quella di Guardia Mangano-Santa Venerina, a 5 Km dal paese.
A Catania le riprese in esterno sono state effettuate in Via dei Crociferi, pieno centro storico, al momento in cui il protagonista vede passare l’auto su cui siede Raffaella (impersonata da Nicole Grimaudo) e sulla spiaggia della Plaia.

Piazza Duomo - Catania

Piazza Duomo – Catania

Inoltre altre fasi del film hanno come set alcune città della provincia di Ragusa: il capoluogo stesso, Vittoria ed Ispica. In particolare a Ragusa ha epilogo la pellicola, quando al tavolino di un locale di Piazza Duomo, il prof. Martino Alliata (ovvero il filosofo Manlio Sgalambro), enuncia la teoria dell’appartenenza e ordina una granita di mandorla. A Ragusa Ibla, è immaginata l’abitazione di Martino Alliata stesso, nei pressi del celebre “Circolo di Conversazione; a Ispica la scalinata dell’imponente basilica di Santa Maria Maggiore è quella salita da Ettore bambino già affascinato dalla grande musica; a Vittoria, in Piazza Vittoria del Popolo,il padre del protagonista discute con amici di Italia, Sicilia e separatismo siculo.

3) MILO E DINTORNI
“Questa terra, come la Jonia di Eraclito e Anassagora è magica e richiama sempre coloro che gli appartengono, come se esercitasse un diritto: la legge appartenenza”. Così scandiva Manlio Sgalambro alla fine di Perduto Amor. Anche Franco Battiato all’inesorabile richiamo non poteva e non voleva sfuggire. Allontanatosi dalla Sicilia nel 1964, appena conseguita la maturità presso il Liceo scientifico “Archimede” di Acireale, vi ritorna stabilmente nel 1988. Prende casa in una antica villa appartenuta alla baronessa Flavia Musumeci, che adatta e ristruttura, nel comune di Milo, in località Praino, lungo Via Mazzini. L’abitazione è molto vicina e raggiungibile sia da Milo, sia dall’altra frazione, Fornazzo. Chiunque in zona saprà dare indicazioni precise. Se, da un lato, può suscitare comprensibile emozione in un cultore dell’arte di un genio come Battiato transitare davanti a casa sua ed al limite sostare per pochi secondi davanti al cancello, dall’altro vale la pena sottolineare che non è sintomo di intelligenza ed educazione arrecare in alcun modo disturbo suonando il campanello, schiamazzando o addirittura scrivendo sui muri come qualche cretino ha fatto.
ARRIVARE A MILO– Dal lungomare di Riposto si può raggiungere Milo, transitando per Sant’Alfio, a bordo di autobus Autolinee Buda. Come spesso purtroppo accade in Sicilia per le piccole compagnie di trasporto, le domeniche ed i festivi le corse sono molto ridotte. Milo è collegata anche ad Acireale (via Santa Venerina e Zafferana Etnea) tramite le autolinee Zappalà e Torrisie a Catania, per mezzo di AST (Azienda Siciliana Trasporti)

MILO – E’ una splendida cittadina di media montagna sul versante orientale del vulcano, situata a 750 metri sul livello del mare. Con il suo migliaio abbondante di abitanti è il comune meno popoloso dell’intera Provincia di Catania. I cartelli posti all’ingresso del paese recano la dicitura “Milo – città del vino e della musica”. Si può essere d’accordo con la definizione. Per quanto riguarda la musica, va ricordato che a fianco della residenza di Battiato aveva comprato casa Lucio Dalla, a cui peraltro è stato intitolato l’anfiteatro all’aperto, ubicato appena fuori dal centro, sede di spettacoli e concerti estivi. E negli immediati paraggi abitano altri musicisti come Rosario di Bella e Juri Camisasca. Quest’ultimo è un cantautore di straordinaria caratura e originalità, molto affine artisticamente a Battiato di cui, fin dai primi anni ’70 dello scorso secolo, e amico e collaboratore.
Dell’appellativo di città del vino in realtà si fregiano, a ragione, anche altri comuni del comprensorio, come ad esempio Zafferana Etnea e Sant’Alfio. Tutta l’area infatti è a forte vocazione vinicola, forte della fertilità del terreno “regalato” dal vulcano tramite le sue ceneri e le sue colate laviche. A Milo, in particolare,la maggior parte della superficie agricola è coltivata a vite; tra i vini Etna DOC di grande pregio che ne scaturiscono, uno, il Bianco Superiore, è tipico milese. E’ curioso notare che ancora oggi è consuetudine per i produttori locali vendere gran parte del loro vino direttamente ai consumatori o a piccoli dettaglianti. Esempio questo, per dirla alla Battiato, di attaccamento ai valori tradizionali. A Milo anche la lavorazione della pietra lavica e del legno oltreché la produzione del carbone sono attività eseguite secondo antichi procedimenti. Ma non tutto rimane inalterato e sempre uguale a sé stesso poichè, come si sa, il tempo cambia molte cose nella vita (anche di una comunità) e se spazza via inesorabilmente attività come la conservazione della neve ed il suo successivo trasporto estivo, tagliata a blocchi, a dorso di mulo verso i porti di Riposto o Catania per essere portata lontana via nave, ne incrementa altre, come quelle legate all’accoglienza di turisti e visitatori. In estate a queste quote, circondati dai boschi, il clima è fresco e offre refrigerio agli accaldati. Qualche anno fa Fornazzo è stato insignito del titolo di “Villaggio ideale d’Italia” dalla rivista “Airone” a testimoniare una buona qualità della vita: insomma si vive piuttosto bene nonostante l’Etna oppure, al contrario, proprio grazie all’Etna. La popolazione sa che deve convivere con la forza straordinaria della sua montagna di fuoco e non la considera una nemica. Disse una volta Battiato: “Mi ricordo che la lava dell’Etna veniva giù fino alla riva del mare, fino a toccare l’acqua. A volte il fronte lavico non è larghissimo ma quando scende è uno spettacolo e noi che ci siamo cresciuti ci abbiamo fatto l’occhio. Quando viene giù, la lava si mangia la terra, le case… Ma tutti noi consideriamo il vulcano un amico, è una montagna buona”. Tra il novembre 1950 e l’aprile 1951 i milesi se la videro davvero brutta: si aprirono due bocche eruttive del vulcano a quota 1800 ed un oceano di lava invase il paese e per alcuni mesi gli abitanti furono costretti ad abbandonare le loro case e rifugiarsi nei centri vicini. Ancora oggi, camminando per le strade del paese, si possono incontrare testimoni di quegli eventi (e di altri analoghi, precedenti o successivi, seppur meno drammatici) che rivolgendo lo sguardo verso un determinato blocco di lava ricordano in quale preciso mese ed anno sia stato sputato dalla pancia della Terra.
DA MILO A RIPOSTO – Una splendida esperienza, consigliabilissima a chi abbia voglia di scarpinare, è ridiscendere a Riposto a piedi. Il percorso più lungo, ma sicuramente più bello, è quello che passa per Sant’Alfio; sono quindici Km di cammino da monte a mare. Prima di partire è bene assaporare un’ultima volta il panorama che si ammira dalla Piazza Belvedere di Milo, uno dei balconi più suggestivi di tutta la Sicilia, con vista che spazia, nelle giornate più luminose, dalla Calabria a Siracusa. E, per ricaricarsi di energie in vista della lunga camminata, assaporare anche gli strepitosi dolciumi siciliani dell’adiacente pasticceria.
I primi 2 Km, fino a Fornazzo, sono in salita, poi gradualmente si inizia a scendere a mare contornati da sciare delle ginestre, muri bassi di pietra lavica e giardini di arance e limoni. Tappa intermedia del cammino può essere Sant’Alfio, cittadina 6 Km a valle di Milo, col quale fino al 1955 formava un unico comune. Qui nel mese di maggio, la popolazione porta in processione per le vie cittadine le reliquie dei tre santi protettori, fra canti ed esplosivi fuochi d’artificio, fragorosi come bombe. Echi di questa festa di devozione popolare si ritrovano nella canzone “Veni l’autunnu”, del 1988, cantata in dialetto “Sparunu i bummisupra a Nunziata,/ ‘n cielu fochi di culuri n’terra aria bruciata./E tutti appressu o santu ‘ndavanedda./Sicilia bedda mia Sicilia bedda”. Nunziata, situata a 200 metri di quota, dista da Sant’Alfio circa quattro Km. Essa, pur venendone sfiorata, si salvò quasi miracolosamente dalla colata lavica che nel 1928 distrusse completamente l’attigua Mascali, di cui era ed è frazione, città poi rifondata in brevissimo tempo più a valle. A Nunziata c’è una fermata della ferrovia Circumetnea.
Nei pressi di Sant’Alfio, in contrada Carpineto, merita sicuramente di essere visto l’albero più antico d’Italia: Il Castagno dei Cento Cavalli, d’età stimata attorno ai 4000 anni. Il nome gli deriva da una narrazione secondo la quale una regina, transitando in loco con una corte composta da cento cavalieri, sorpresa da un violento temporale, abbia trovato riparo sotto le fronde dell’albero. Lei assieme ai cento cavalieri ed ai cento cavalli.
4) ACIREALE
Ad Acireale, la città più grande e popolosa della provincia di Catania dopo il capoluogo, sono legati due momenti molto importanti della vita di Battiato. Il primo, lontanissimo nel tempo, è così raccontato dal protagonista stesso: “A undici, ero a capo di una piccola band di musica rock. Una volta suonammo su un carro in maschera, al Carnevale di Acireale. Ci diedero 13 mila lire a testa, una cifra per il 1955. Tornai a casa tutto contento per quel guadagno che mi sembrava pazzesco, da favola, ma trovai mio padre furibondo. Temeva che trascurassi gli studi, perciò mi ordinò di smettere: questa è l’ultima volta, mi disse.” Per fortuna non fu la sua prima ed ultima esibizione! Nella celeberrima canzone “Cuccurucucu”, si trova il verso “Per Carnevale suonavo sopra i carri in maschera” Quello di Acireale è il Carnevale più bello e conosciuto dell’isola. Nato nel ‘500, si svolge a febbraio quando nel centro storico sciamano coloratissimi carri allegorici con grandi maschere in cartapesta che affrontano, attraverso la satira, temi di attualità e sociali.
Il secondo punto di contatto fra Battiato ed Acireale è la frequenza del Liceo Scientifico “Archimede”. Come risaputo, appena sostenuto l’esame di maturità, lasciò l’isola in cerca di fortune musicali.
La città, molto bella, con una fisionomia prevalentemente barocca derivatale dalla ricostruzione successiva al devastante terremoto del 1693, gravita attorno a Piazza Duomo, su cui si affacciano la splendida cattedrale, la basilica dei Santi Pietro e Paolo ed importanti palazzi barocchi.
Da Riposto, da cui dista una ventina di Km, Acireale può essere raggiunta sia per via ferroviaria (anche se la stazione acese è situata ad almeno un paio di Km dal centro storico), sia, più comodamente con le autolinee Zappalà e Torrisi che assicurano molte corse giornaliere.

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SULLA ROTTA DEI MALAVOGLIA

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, perché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua….
(I Malavoglia – Cap. I)

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I MALAVOGLIA E GIOVANNI VERGA – Il Romanzo “I Malavoglia”, pubblicato nel 1881, è l’opera più conosciuta e celebrata di Giovanni Verga. Suddiviso in 15 capitoli, ambientato nella seconda metà dell’800 (in un arco di tempo di una quindicina d’anni circa, a partire dal dicembre 1863 quando Ntoni, nipote del protagonista Padron ‘Ntoni, viene chiamato dal quasi neonato Regno d’Italia a svolgere il servizio di leva), narra fatti, vicende e peripezie di una umile famiglia di pescatori di Acitrezza, i Toscano, da tutti soprannominati, però, i Malavoglia.

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Nomignolo quest’ultimo che più ironico e antifrastico non potrebbe essere perché affibiato ad una famiglia molto operosa di “buona e brava gente di mare”. Al contempo discendenti e sopravvissuti di una stirpe, un tempo diffusa “persino ad Ognina e ad Aci Castello” e numerosa “come i sassi della vecchia strada di Trezza”, che il tempo e le burrasche hanno inesorabilmente disperso, i Malavoglia sono illuminati dalla guida dell’anziano patriarca, Padron ‘Ntoni, depositario della saggezza popolare, che dispensa snocciolando proverbi. Vedovo, ha un figlio (Bastianazzo, grande e grosso e sottomesso alla volontà del padre), una nuora (Maruzza detta, sempre per antfrasi, la Longa essendo di bassa statura, dolce e diligente) e 5 nipoti (in ordine di anzianità il bighellone e scapestrato ‘Ntoni, il più giudizioso Luca, la laboriosa Filomena detta Mena o Sant’Agata, il “moccioso” Alessio detto Alessi e Rosalia detta Lia). L’abitazione dei Malavoglia è la “Casa del Nespolo”, il principale mezzo di sostentamento è la “Provvidenza”, nome dato alla piccola imbarcazione che utilizzano per la pesca.
Teatro del romanzo è in massima parte Trezza (Acitrezza diremmo oggi). Nondimeno vengono citate altre luoghi, in alcune dei quali i protagonisti si recano per affari o vicissitudini: Catania, Ognina, Acicastello, Trecastagni, Riposto, Aci S.Antonio, Capo dei Molini, la Piana (di Catania), Bicocca, Acicatena.
I Malavoglia devono lottare continuamente contro il destino ostile, le forze contrarie che si parano davanti e si accaniscono contro, la spietata potenza della natura, rappresentata dal mare, fonte di reddito ma, talvolta, accidente imprevedibile e veemente. Sono i vinti di una sfida impari il cui esito devono per forza accettare, i simboli di una classe sociale per cui, nonostante gli sforzi che si facciano, uscire dalla miseria è impossibile.
Il romanzo “I Malavoglia” è il manifesto della corrente letteraria del verismo, di cui è indiscutibilmente il massimo esponente Giovanni Verga, colosso della letteratura siciliana, italiana e mondiale, nato a Catania il 2 settembre 1840 (anche se altre biografie indicano Vizzini come sua città natale) e morto nel capoluogo etneo il 27 gennaio 1922 nella casa di via Sant’Anna. Intende immortalare con la penna l’effettiva realtà delle classi sociali, specialmente di quelle più umili, cioè le povere genti di Sicilia in epoca postunitaria. Suo compito è quello di restituire “il vero oggettivo” e spassionato, osservandolo e fotografandolo (non a caso oltreché straordinario scrittore Verga fu anche fotografo) attraverso un racconto impersonale e distaccato, non mediato da emozioni, interpretazioni o commenti.
DESTINAZIONE RIPOSTO – “Padron ‘Ntoni … aveva combinato con lo zio Crocifisso un negozio di certi lupini da comprare a credenza per venderli a Riposto, dove [… c’era] un bastimento di Trieste a pigliar carico”.( “I Malavoglia” – Cap.I)” La città di Riposto, da dove parte l’itinerario malavogliano è individuata come il porto d’approdo per la Provvidenza, l’imbarcazione dei Malavoglia. A bordo del bastimento, carico di un grosso quantitativo di lupini, per giunta avariati, venduti dal malfidato usuraio del paese, Zio Crocifisso, al patriarca Padron Ntoni, c’è il figlio Bastianazzo. Salpata da Acitrezza la Provvidenza naufraga, scaraventata sugli scogli da una violenta tempesta. Nel naufragio muore Bastianazzo e si disperde il carico di lupini. Triplice disgrazia per la famiglia: muore l’uomo che assicura la principale fonte di reddito, la barca, distrutta, è da riparare, il debito dei lupini è da rifondere all’usuraio.
A Riposto, un’epigrafe, posta dall’Amministrazione Comunale nell’ottobre 2011 in occasione del 130° anniversario della pubblicazione del romanzo, riporta i primi capoversi del Cap XI “UNA VOLTA ‘NTONI MALAVOGLIA, ANDANDO GIRELLONI PEL PAESE, AVEVA VISTO DUE GIOVANOTTI CHE S’ERANO IMBARCATI QUALCHE ANNO PRIMA A RIPOSTO, A CERCAR FORTUNA, E TORNAVANO DA TRIESTE, O DA ALESSANDRIA D’EGITTO, INSOMMA DA LONTANO”.

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CATANIA, CITTA’ DI GIOVANNI VERGA
– Per raggiungere Catania da Riposto, distante una trentina di Km, è consigliabile il treno. La linea costiera jonica è efficiente, negli orari di punta le corse sono molto frequenti. I tempi di percorrenza variano dai 20 minuti per certi regionali veloci (unica fermata intermedia Acireale) ai 30 minuti.

Piazza Duomo - Catania

Piazza Duomo – Catania

CASA MUSEO GIOVANNI VERGA – In pieno centro storico (15’/20’ di cammino), in prossimità di Piazza Duomo, in Via Sant’Anna, 8, traversa di Via Vittorio Emanuele II, si trova la casa museo di Giovanni Verga. E’ al secondo piano di un palazzo del tardo Settecento. In questa dimora l’autore dei Malavoglia nacque, passò infanzia e vecchiaia e morì. Il museo, al quale si accede attraverso uno scalone marmoreo, si compone di 9 ambienti che custodiscono una straordinaria ricchezza di cimeli. Circa 2300 fra volumi e tomi sono disposti su sei librerie scure che contornano un grande tavolo di noce intagliato. Sono testi di autori italiani, francesi e russi coevi a Verga. In molti spiccano le lettere GV e gli autografi degli illustri dedicatari. Nel salotto bacheche e vetrine custodiscono riproduzioni di lettere e manoscritti verghiani. Poi busti, mobilio di pregio, fotografie dello scrittore e di familiari, oggetti personali, scrittoi, abiti e cappelli d’epoca. Da segnalare ancora la stanza da pranzo, collegata alla cucina sita al piano superiore attraverso una campanella ed uno scendivivande, mimetizzato in una credenza, ed infine la camera da letto dove Verga terminò l’esistenza terrena.
Il museo è visitabile tutti i giorni, ad esclusione della domenica, dalle 9 alle 13:15 e dalle 14:15 alle 19, il biglietto d’ingresso costa 4 Euro.
PIAZZA GIOVANNI VERGA E FONTANA DEI MALAVOGLIA – Naturalmente a Catania c’è una grande piazza dedicata, anche se soltanto dagli anni 70 del 900, a Giovanni Verga. In precedenza l’area della piazza era genericamente conosciuta come Piazza d’Armi. Di forma quadrangolare, è attraversata da Corso Italia e su di essa si affacciano il Palazzo di Giustizia ed il Grand Hotel Excelsior. All’interno della piazza nel 1975 fu collocata una fontana monumentale, appunto la Fontana dei Malavoglia, portata a termine dello scultore catanese Carmelo Mendola ben diciannove anni dopo la presentazione del progetto (“Habemus fontem”, titolarono i giornali dell’epoca).

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Il monumento, scolpito in marmo travertino, si compone di una grande vasca ovale che a sua volta contiene una vasca più piccola, base della scultura. L’opera rappresenta il secondo naufragio della Provvidenza, descritto nel Cap. X del romanzo. A bordo dell’imbarcazione, in preda alla forza del mare tempestoso, simboleggiata da linee concentriche, padron Ntoni e il nipote più anziano Ntoni. Getti d’acqua e giochi di luci, se ripristinati, contribuirebbero a rendere la scena ancor più drammaticamente suggestiva. Negli ultimi anni infatti la piazza e la fontana sono state in balia di forme di degrado. E’ auspicabile che i previsti ed attesi progetti di restauro restituiscano all’opera il suo originale lustro.

LA RIVIERA DEI CICLOPI, OVVERO LA PATRIA DEI MALAVOGLIA – E’ il segmento della costiera jonica, situato a nord di Catania e del borgo marinaro di San Giovanni Li Cuti e a sud di Acireale, plasmato nei millenni dalle colate laviche dell’Etna. La costa è caratterizzata da ripidi strapiombi a picco sul mare e punteggiata da faraglioni che, secondo la mitologia omerica secondo la mitologia omerica, sono blocchi staccati dall’Etna dal Ciclope Polifemo, cieco di rabbia per l’affronto subito da Ulisse, e scagliati contro la barca di quest’ultimo in precipitosa fuga. Del resto, chi ha visto lo sceneggiato televisivo del 1968 “Odissea”, ricorderà che uno di questi massi lanciati a mare dall’accecato gigante ricorda sorprendentemente il profilo ed il contorno del Faraglione grande.
Acitrezza dista circa 11 km da Catania, Acicastello, di cui Acitrezza è frazione, circa 9. Le località sono facilmente raggiungibili dal capoluogo con gli autobus urbani delle linea 534 di AMT (capolinea a Catania in Piazza Borsellino e ad Acitrezza) e con i pulman della linea 597 di AST Catania-Acireale.Acicastello
Proprio di fronte all’arcipelago dei Ciclopi, costituito da otto isole basaltiche di varie forme e dimensioni, regna Acitrezza. In pieno centro storico, presso la chiesa di San Giovanni Battista, il maggior edficio di culto del paese, una tipica abitazione siciliana di metà ‘800 ospita il Museo Casa del Nespolo. Nella prima sala, denominata “La terra trema”, sono presenti memorabili fotografie di scena e locandine dell’omonimo film di Luchino Visconti, girato nel 1948 principalmente ad Acitrezza ed interpretato da attori non professionisti reclutati fra la popolazione del borgo, ispirato al romanzo di Verga. Nella seconda sala, battezzata “Stanza dei Malavoglia”, viene documentata la faticosa esistenza dei pescatori siciliani di metà 800 attraverso l’esposizione degli attrezzi da pesca e di altri strumenti di lavoro quotidiano e di fotografie realizzate da Verga medesimo.
Un busto dello scrittore è collocato davanti alla già citata chiesa di San Giovanni Battista, mentre in Piazza Verga è posizionato su un edificio un altorilievo in pietra rappresentante le donne dei pescatori in attesa al molo.
La principale meraviglia della vicina Acicastello è la piazza nella quale troneggia il maestoso castello di età normanna, in pietra lavica, edificato nell’ XI sec su uno sperone di roccia lavica a strapiombo sul mare, dove in epoca romana esisteva una fortificazione e un altro castello di epoca bizantina (VI o VII sec. D.C.).
Dal 1998, il tratto di mare antistante Acitrezza e Acicastello, comprendente l’arcipelago dei Ciclopi, è diventato Riserva Naturale integrale al fine di proteggere e conservare la vegetazione sottomarina, costituita da varie specie algali e praterie di posidonia e la fauna, rappresentata da molte specie di uccelli stanziali e di passo, da molti invertebrati e ovviamente da pesci. Endemica dell’isola Lachea, in particolare, è una popolazione di lucertola, la Podarcis sicula ciclopica, caratterizzata da una macchia rossa sul collo, rimasta isolata da quelle che vivono sulla costa e per questo evolutasi in maniera differente. L’isola stessa, oltre al grande valore naturalistico, è di notevole interesse archeologico poiché scavi hanno fatto emergere evidenze della presenza umana in epoche preistoriche.
I più golosi non dimentichino di gustare granite in una delle eccellenti gelaterie artigianali di Acitrezza.

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TAORMINA E CASTELMOLA 
LA DIVA DELLA DOLCE VITA E LA PERLA SULLA ROCCIA

“Un hommen’aurait à passerqu’un jour en Sicile et demanderait : « Quefaut-il y voir ? »
Jelui répondrais sans hésiter : « Taormine »”
(“Se qualcuno dovesse passare un solo giorno in Sicilia e mi chiedesse “Cosa bisogna vedere?
Risponderei senza esitazione: “Taormina!”)
(Guy de Maupassant – da “La Vie Errante – 1890)

“Nessun dubbio. Se avessi avuto la fortuna di nascere gatto è a Castelmola che avrei voluto vivere. Tra questa gente cordiale e calpestando le stradine pavimentate.
Devo ammettere che anche da umana mi piacerebbe vivere in questo posto.
Un paese a misura di gatti è anche un paese a misura d’uomo”
(Annamaria Piccione – da “Gatti nel Mondo Gatti di Sicilia – 2008)

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Parola di Guy de Maupassant che così scriveva nel libro di viaggio “La Vie Errante” del 1890 a proposito del suo passaggio da Taormina avvenuto cinque anni prima. Esagerazioni? Chissà! Certamente Taormina ha esercitato un fascino irresistibile sui viaggiatori stranieri a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e su pregiate schiere di artisti,letterati, teste coronate e vip d’ogni genere e d’ogni epoca. E continua a sedurre fiumi di turisti e visitatori da ogni dove, diciamo così comuni mortali, stregati dal suo mito. Può essere che nel tempo sia diventata troppo mondana, salottiera e dolcevitesca e che in Sicilia ci siano luoghi più interessanti da conoscere, però Taormina sicuramente è molto bella, regala panorami spettacolari ed è favorita da un microclima invidiabile. Sorprende, ma fino ad un certo punto, avere l’impressione che sia il posto di Sicilia dove meno si sente parlare il siciliano.
Di Taormina, forse, tutti hanno sentito parlare. Non tutti però sanno che a, a pochi Km di distanza, a sovrastarla e vegliarla dall’alto, c’è un luogo, probabilmente, ancora più bello e affascinante. Si chiama Castelmola. E’ un borgo minuscolo, tranquillo, magico.

TAORMINA SUNSET

DA RIPOSTO A TAORMINA – Da Riposto, in (moderata) lontananza,Taormina e Castelmola sono ben visibili. E’ emozionante indirizzare lo sguardo in direzione nord-est, sopra il mare,verso il Monte Tauro ovvero il promontorio che le ospita, magari quando cala il secondo imbrunire e si accende uno sfavillio di lucine mai troppo invasive ed inquinanti.
Raggiungerle fisicamente con mezzi pubblici è piuttosto facile. Col treno si sale alla stazione Giarre-Riposto e si va in direzione Messina. Sulla dorsale ferroviaria jonica le corse sono molto frequenti e con un regionale veloce, una ventina di minuti dopo la partenza, si scende alla stazione Taormina-Giardini, distante 18 Km. Affacciata sul mare, quest’ultima (peraltro provvista di salette eleganti ben arredate e ricche di decorazioni), si trova in località Villagonia, vicinissima all’abitato di Giardini Naxos ed ai piedi del centro storico di Taormina, da cui dista circa 4 Km. All’uscita transitano autobus navetta che conducono al terminal corriere, a due passi dal cuore, pedonale, cittadino.
Un’alternativa al treno sono i pulman di Interbus – Etna trasporti che collegano Giarre e Taormina in 45’/60’ e, soprattutto quelli delle autolinee Buda che hanno come capolinea proprio Riposto.

Castelmola

Castelmola

TAORMINA – A partire dalla metà dell’VIII^ sec. A.C., sulla costa jonica si insediarono le prime colonie greche di Sicilia. La prima fu Zancle, cioè l’attuale Messina, e subito dopo, attorno al 735 A.C., Naxos, che sopravvisse per poco più di tre secoli fino a quando venne rasa al suolo, nel 403 A.C., da Dionisio I, tiranno di Siracusa, per punirla di essersi alleata con Atene nella Guerra del Peloponneso. Si dice che gli abitanti di Naxos, sopravvissuti alla disfatta militare si siano insediati sul Monte Tauro fondando per l’appunto Tauromenion, che oggi è Taormina.
Luogo simbolo della classicità, della potenza della città nell’antichità è naturalmente il Teatro Antico, il secondo più grande della Sicilia dopo quello di Siracusa. L’impianto originario greco-ellenisticoè del III^ sec A.C. ma ha subito numerosi rimaneggiamenti in epoca romana. Scavato nella roccia, come usavano fare i greci, ha un diametro di 109 metri.Dagli ordini di posto più alti della gradinata, quasi a picco sul mare, si ammira un panorama di sbalorditiva suggestione, con vista sull’Etna e sulle coste calabresi nelle giornate serene. Visioni che comunque possono giustificare i 10 Euro, oggettivamente tanti, del costo del biglietto d’ingresso.

Teatro di Taormina

I cultori di archeologia potranno soffermarsi sull’Antiquarium, cioè il Museo Archeologico cittadino, a breve distanza dal Teatro antico, sulle Naumachie (di epoca romana, probabilmente I^ sec A.C., sono costruzioni rettangolari in mattoni rossi ad arcate cieche che forse sostenevano cisterne per l’acquedotto), sull’Odeon, un piccolo teatro coperto romano del II^ sec. A.C., e su ruderi di stabilimenti termali di epoca romana e bizantina.
L’itinerario storico-architettonico si sviluppa soprattutto su Corso Umberto I, la via principale di Taormina, che corre fra Porta Catania e Porta Messina, su cui si affacciano edifici religiosi e civili che consentono di viaggiare tra le epoche storiche e le tante dominazioni che, come in tutta la Sicilia, si sono succedute. Splendido il duomo medievale, dedicato a S.Nicola, che esternamente si presenta con una facciata molto austera in pietra, tripartita, coronata da merlature che la connotano come cattedrale-fortezza.
Il più importante edificio storico, di impianto medievale, è probabilmente Palazzo Corvaja, così denominato dalla nobile famiglia che lo abitò fino allo scorso secolo. Si individuano testimonianze di diversi stili e quindi di diverse epoche: islamica, gotica, normanna. Nel 1410 fu anche sede del Parlamento siciliano.
ISOLA BELLA – Dopo la visita al centro storico di Taormina, potrebbe essere venuta voglia di scendere a mare e ammirare un altro dei simboli universalmente riconosciuti di Taormina: l’Isola Bella. Se si è ben preparati atleticamente ci si può incamminare lungo una scaletta; se si vuole faticare meno viene in soccorso una funivia che in pochi minuti scarica i visitatori alle spiagge dell’Isola. L’Isola Bella è un grande scoglio molto vicino alla costa, alla quale è collegata, con la bassa marea, da una breve pista di sabbia e ciottoli. Oggi è una Riserva Naturale Orientata che ospita una interessante mescolanza di vegetazione spontanea mediterranea ed esotica, quest’ultima introdotta nell’800, ed una ricca avifauna sia marina sia legata agli ambienti di roccia, che la fa apprezzare particolarmente da chi pratica il birdwatching. Una casa costruita più o meno abusivamente sull’isola negli anni 50 dello scorso secolo è stata opportunamente riconvertita in Museo Naturalistico.
Tutt’intorno il mare, dal fondale roccioso, è veramente blu. Un bagno non è proprio male!Isola Bella

Isola Bella

DA TAORMINA A CASTELMOLA – Dal terminal corriere di Via Pirandello a Taormina, partono dei pulman di Interbus-Etna Trasporti che raggiungono Castelmola in circa 15 minuti. Tanti tornanti segnano un tragitto che seppur, topograficamente, misuri pochi Km,sembra collegare mondi lontanissimi. Si parte da una città tutto sommato di cospicue dimensioni, internazionale, un po’ chiassosa forse,ricca di beni culturali,traboccante di negozi e boutique di lusso, e si sbarca in un borgo minuscolo, popolato da appena un migliaio di abitanti, dove si respira atmosfera di serena calma e pacatezza e si sente parlare, a bassa voce, prevalentemente la lingua siciliana, meno dotato di monumenti e palazzi e caratterizzato da attività commerciali legate alle tradizioni del territorio.
Eppure le vicende storiche di Taormina e quella di Castelmola si sono quasi sempre intrecciate, con quest’ultima, arroccata sul cocuzzolo del colle a 500 metri sul livello del mare, a fungere da acropoli della prima, adagiata a 300 metri di quota più in basso.

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CASTELMOLA – GIOIELLI MATERIALI E IMMATERIALI- Le maggiori ricchezze di Castelmola sono forse quelle immateriali: pace, panorami (lo spettacolo che si ammira dal Belvedere all’ingresso teme pochi confronti in Sicilia), clima,misteri e magie. Alcune leggende popolari sono molto affascinanti. Una di queste narrache in una contrada del paese, chiamata Luppineria, vivessero degli stregoni, terrore del paese intero nelle notti di luna piena. Un’altra racconta che nel torrente Sifone vivessero le sirene, motivo per cui il corso d’acqua è chiamato anche Sirina. Ci sono poi narrazioni di fantomatici tesori, le truvature, nascosti fra i boschi nel corso dei secoli, non si sa se mai ritrovati effettivamente. Si dice che chi li ha ricercatisia rimasto vittima di incantesimi e sventure.
Non è leggenda ma storia, il meritorio operato di una nobildonna inglese dell’’800 insediatasi a Castelmola, Florence Trevely, che investì una buona parte dei suoi averi per acquistare aree montane incolte della zona al fine di farle rimboschire,con querce, castagni ed eucalipti, da operai forestali da lei stessa pagati. Inoltre progettò una mulattiera che partendo dal paese ascende a Monte Venere (900 mt. circa s.l.m.), ancora oggi percorribile per una escursione di moderata difficoltà e breve durata.

Castelmola

Castelmola

Zuzzurellando nell’intricato labirinto di vicoli di Castelmola, che rivelano chiaramente la struttura urbanistica medievale del borgo, si incontrano tipiche case di pietra localedai colori caldi, scalinate ed erte, piazzette con pavimentazioni dai disegni bizzarri,arredi urbani molto ben curati con tante fioriere.E’ un piacere annusare il profumo di pane fresco e di dolciumi che esce dalle panetterie, scambiare impressioni con gli abitanti sempre molto cordiali, fermarsi ad accarezzare i gatti del paese, a loro volta piuttosto socievoli.
La fama di essere uno dei borghi più belli d’Italia certo non è usurpata. Detto che il monumento più bello di Castelmola è Castelmola stessa nella sua globalità, val la pena visitare quel che resta del castello, di datazione incerta (certamente non posteriore al IX-X secolo, come si evince da un’iscrizione marmorea) di cui restano imponenti mura normanne. Per arrivarvi bisogna incamminarsi per un breve ma abbastanza ripido sentiero che parte all’ingresso del borgo, di cui rappresenta, con i suoi 530 mt. s.l.m., il punto più alto.
Ma, anche si è astemi, non si può assolutamente lasciare Castelmola senza averne degustato (almeno un sorso…) una specialità locale tutta particolare: il vino alla mandorla. E’ un vino bianco, secco, aromatizzato con mandorle, erbe ed essenza di agrumi. Tutti i bar di Castelmola lo serviranno fresco, se non proprio ghiacciato, accompagnato da una scorza di arancia o limone.
Tra questi spicca il bar Turrisi, situato in Piazza Duomo, nei pressi della chiesa madre. E’ un edificio a 3 piani provvisto di terrazza sul tetto che, fossimo nell’antichità classica, potrebbe essere scambiato per un tempio consacrato al Dio Priapo e quindi alla fecondità ed alla virilità. Qui tutto è rappresentazione fallica: bottiglie, bicchieri, posaceneri, rubinetti, sedie, specchi ed oggetti vari della m…..a, con rispetto parlando.

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scene da Il Padrino

SULLE ORME DEL PADRINO

I’m going to make him an offer he can’t refuse
(Gli farò un offerta che non potrà rifiutare)
(Don Vito Corleone)

“Don Corleone, sono molto onorato e gratissimo che mi avete voluto fatto invitare allo sposalizio di vostra figlia e vi auguro che la prima creatura sia un mascolo e in salute. Voi lo sapete che potete contare sempre sulla mia fedeltà eterna.”

IL PADRINO – Nonostante nella storia del cinema e della televisione i film, cosiddetti di genere, dedicati al fenomeno mafioso siano numerosi, uno in particolar modo è rimasto scolpito nella memoria collettiva planetaria, al punto da esserne indiscutibilmente considerato il simbolo.

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Sarà per il cast stellare di attori: Marlon Brando, Al Pacino, Robert Duvall, James Caan, Diane Keaton, solo per citare i più conosciuti.Sarà per la suggestione delle note della colonna sonora composta da Nino Rota (chi non ricorda almeno la melodia del brano portante che, in Italia, affidato alla voce di Johnny Dorelli, era meglio conosciuto col titolo di “Parla più piano”!). Sarà per il fascino perverso che il male e la violenza esercitano, ahinoi, nello spettatore (e di violenze d’ogni fatta, fisica e psicologica, questa pellicola è pervasa dall’inizio alla fine). Sta di fatto che quando si parla di mafia sul grande schermo torna subito automaticamente alla mente “Il Padrino” (“The Goodfather”), il film che nel 1972 assicurò incassi stratosferici ai botteghini di mezzo mondo. Il successo di pubblico e di critica furono tali che la casa di produzione, la Paramount, decise di raddoppiare, anzi di triplicare. Così con l’uscita, due anni dopo, nel 1974, de “il Padrino – parte II” e con quella, dopo molti anni, nel 1990, de “Il Padrino – Parte III”, si realizzò la trilogia. Francis Ford Coppola, nel 1972 ancora giovane e non affermatissimo regista, diresse tutti e tre gli episodi affiancato nel ruolo di sceneggiatore da Mario Puzo, colui che nel 1969 aveva dato alle stampe l’omonimo libro, a cui i film della trilogia sono liberamente ispirati.
Le vicende narrate sono fittizie. Il padrino Don Vito Corleone, lo spietato gangster impersonato da Marlon Brando, non è mai esistito.Ascesa, fasti e declino suoi personali e della sua illustre ed onorata famiglia criminale sono frutto della fantasia di Mario Puzo. Le figure ispiratrici invece sono più che reali e sono da ricercare nell’intricato sottobosco dei boss italoamericani (o meglio “siculoamericani”), al culmine della carriera, se così si può dire, negli anni ‘40/’50 dello scorso secolo. Se fatti e misfatti della mafia vengono descritti con accuratezza e attendibilità (senza per questo perseguire intenti moralistici e men che meno di denuncia del crimine), neppure una volta nella trilogia, vengono pronunciate le parole “mafia” o “cosa nostra”. Si racconta di intimidazioni messe in atto da alcuni scagnozzi di un padrino vero che ogni tanto piombavano sui set al fine di sconsigliare l’uso di una terminologia tanto sconveniente, potenzialmente fonte di acredine verso gli immigrati italiani a New York.
La battuta “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, emblema dell’intimidazione e della prevaricazione mafiosa, è stata considerata la seconda frase più celebre nella storia del cinema di tutti i tempi, preceduta solo dalla altrettanto celeberrima “Francamente me ne infischio” di Via col vento.

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SET SICILIANI–La trilogia del Padrino a tutti gli effetti è un prodotto della cinematografia americana. La maggior parte delle scene furono ambientate e girate negli Stati Uniti, sia in esterno sia in studio, ma per tutti e tre i capitoli le troupe attraversarono l’oceano e si trasferirono in Sicilia per completare le riprese, che si effettuarono nelle province di Messina, Catania, Palermo e Trapani.

PROVINCIA DI MESSINA
MOTTA CAMASTRA, FORZA D’AGRO’ E SAVOCA – Sono tre piccoli borghi arroccati sul versante orientale dei Monti Peloritani. Il più piccolo di questi, Motta Camastra, 450 mt. di quota sul livello del mare, popolato da poco più di 800 abitanti, frazioni comprese, nella finzione scenica rappresenta la città in cui il Padrino è nato e dalla quale la sua famiglia prende il nome, ovvero Corleone, che nella realtà geografica è però da tutt’altra parte,cioè ubicata 60 Km a sud di Palermo. La produzione optò per questa scelta poiché la Corleone del 1971, anno delle riprese del Padrino, aveva già un aspetto troppo moderno e quindi lontano dalle caratteristiche che doveva possedere negli anni dell’immediato secondo dopoguerra, epoca di ambientazione delle vicende. Motta Camastra al contrario appariva credibile perché ancora arcaica e rurale. Nel suo territorio ricadono la vetta più alta della catena montuosa dei Peloritani, la Montagna Grande che misura 1374 mt s.l.m. e le spettacolari Gole del fiume Alcantara, veri e propri canyon di lava creati dalle eruzione dell’Etna e modellati nel tempo dallo scorrere delle acque. Raggiungere Motta Camastra con mezzi pubblici non è molto difficile. E’ collegata a Taormina (e anche a Riposto) da alcune corse, di numero variabile a seconda del periodo dell’anno, effettuate dalla compagnia Interbus – Etnatrasporti.

Motta Camastra
Forza d’Agrò e Savoca sono due meravigliosi centri collinari della Val d’Agrò, così denominata dall’omonimo torrente che dopo circa 15 Km di corso raggiunge la riviera jonica sfociando fra Santa Teresa di Riva e Sant’Alessio Siculo.
A Forza d’Agrò, la piazza dove sorge la chiesa madre della Santissima Annunziata è quella che appare dopo il ritorno di Michael Corleone, figlio di Don Vito, in Sicilia.In tutti e tre gli atti della trilogia, numerose scene propongono vari scorci cittadini e della piazza medesima. Il centro storico è davvero suggestivo: si presenta come un labirinto intricatissimo, di evidente matrice medievale, dove viuzze strette e tortuose in saliscendi si alternano a impervie scalinate fra chiese e terrazze panoramiche. Le case sono antiche, piccole, addossate le une alle altre e, man mano che si cammina in salita, sempre più in stato di abbandono se non di di rovina, anche a causa dello spopolamento che ha colpito la città negli ultimi decenni. A vegliare l’abitato dal punto più alto del paese, i ruderi di un castello normanno dell’XI secolo, utilizzato come cimitero.
Per raggiungere Forza d’Agrò da Riposto si può optare fra due soluzioni: i pulman di Interbus che partono da Taormina o quelli di Jonica trasporti in partenza da Santa Maria di Riva, centro balneare dotato di stazione ferroviaria.

The famous church Maria Santa Annunziata from Godfather II in Forza D'Agro

The famous church Maria Santa Annunziata from Godfather II in Forza D’Agro

Anche per arrivare a Savoca è possibile la combinazione treno (fermata di Santa Maria di Riva) e pulman (corse di Jonica Trasporti che impiegano circa 20 minuti per arrivare a destinazione).
Il centro di Savoca è a poco più di 300 metri di quota ma, a guardarlo da valle e a giudicare dai tanti tornanti che si percorrono per arrivarci,lo si penserebbe molto più in alto. E’ avvinghiato al classico cocuzzolo della montagna e viene istintivo chiedersi quali difficoltà siano state superare per costruire edifici, anche molto imponenti, in luoghi così impervi. Il pulman ferma proprio a due passi dalla centralissima Piazza Fossia, ad un lato della quale sorge Palazzo Trimarchi, una dimora nobiliare edificata a fine’600 per opera della omonima casata messinese,che al piano terra ospita il piccolo bar divenuto celeberrimo grazie al Padrino, battezzato Bar Vitelliall’epoca delle riprese del primo capitolo della trilogia. Precedentemente infatti non aveva nome. All’esterno, seduto sotto il pergolato assieme a due compari, Michael Corleone fa la conoscenza, senza rendersene conto, del padre della sua futura sposa, Vitelli per l’appunto,facendolo infuriare non poco. All’interno del locale è allestita una piccola ma interessante raccolta di oggetti ed attrezzi della tradizione contadina, mentre alle pareti una galleria fotografica mostra le immagini di scena del film.

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Matrimonio Apollonia

In un altro lato della piazza è posizionata una scultura in acciaio inox, raffigurante il regista Francis Ford Coppola.Procedendo verso la parte alta del paese si incontra, sospesa magicamente tra terra e cielo, la Chiesa di San Nicolò, nella quale si celebra il matrimonio fra Michael Corleone e Apollonia Vitelli, presto destinata a morire dilaniata da un’autobomba, e dalla quale Il corteo nuziale si avvia, accompagnato dalla note di “Mi votu e mi rivotu” suonate dalla banda. Questa è una delle 17 chiese, molte delle quali ancora in piedi, che fino a non troppi decenni fa ornavano Forza d’Agrò. Prima di lasciare la città, vale sicuramente la pena di vedere la cripta del convento dei Cappuccini, dove sono disposte una quarantina di mummie di letterati, notabili e religiosi della Savoca del XVIII e XIX secolo, e fare una passeggiata nella bella pineta, i cui sentieri si originano in prossimità del centro.

Altra location messinese (si parla di film americani e quindi è lecito utilizzare questa terminologia) è il comune di Graniti, nel parco fluviale dell’Alcantara. La scena del funerale che apre il Padrino parte II ha come sfondo il torrente che lambisce il paese.
Inoltre la stazione ferroviaria di Taormina-Giardini, in località Villagonia, vicinissima a Giardini Naxos e ai piedi di Taormina, è il teatro dell’incontro, nel terzo capitolo della trilogia, fra Kay Adams e Michael Corleone, con quest’ultimo che le dice. “Voglio mostrarti la Sicilia, la vera Sicilia, forse capirai meglio la storia la nostra storia di famiglia”.

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PROVINCIA DI CATANIA
A Fiumefreddo di Sicilia, una decina a nord di Riposto, situato lungo la strada che porta dal centro della città alla spiaggia di Marina di Cottone, si trova il Castello degli Schiavi o Palazzo Corvaja. Nella trilogia è la residenza siciliana di Michael Corleone ed anche il luogo dove egli muore, nella corte esterna, alla sola presenza di un cane. L’edificio, una delle testimonianze meglio conservate del barocco rurale siciliano del ‘700, presenta due piani: il primo era adibito a magazzino, il secondo, con ben otto ambienti, era la residenza dei proprietari. Le torrette ai lati della costruzione giustificano l’appellativo di castello. Dispone di una vastissima corte e di ampi sotterranei, capaci, si dice, di ospitare fino a duecento persone. Vicinissima al castello, una splendida Riserva Naturale, ricchissima di biodiversità animale e vegetale, ospita tra l’altro anche piante di papiro. Tutt’intorno agrumeti. Nel Padrino le arance rappresentano una sorta di frutto della sventura: quando in qualche modo nel film queste compaiono significa che sta per compiersi un omicidio o sta per morire qualcuno o comunque è in arrivo un evento spiacevole. Due esempi fra tanti: nella parte I, Vito Corleone poco prima di subire l’agguato quasi mortale si ferma a comprare delle arance; nella parte III un’arancia caduta al suolo anticipa di pochi secondi la morte del figlio Michael, che stramazzerà al suolo ribaltandosi dalla sedia.
Per raggiungere il Castello degli Schiavi, si può utilizzare il treno scendendo alla stazione ferroviaria di Fiumefreddo di Sicilia per poi precedere a piedi per un paio di Km in direzione mare.Oppure si può partire da Riposto, magari in bicicletta, percorrere lo splendido lungomare in direzione Nord e, una volta giunti a Marina di Cottone, girare a sinistra. La meta è a poche centinaia di metri.

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Altre scene sono state girate presso il cosiddetto castello di San Marco, vicino alla spiaggia di Calatabiano (poco più a nord del Castello degli Schiavi) e ad Acireale, città troppo grande e celebre per descriverne in poche righe le bellezze. Nell’ambito della parte III, l’omicidio di un potente uomo politico avviene a Palazzo Scammacca mentre la villa del capoclan Don Altobello è, sempre ad Acireale, Villa La Limonaia.
La stazione ferroviaria della città è ad un paio di Km dal centro storico, per cui per raggiungerla da Riposto, è consigliabile fruire dei pulman delle autolinee Zappalà e Torrisi.

SICILIA OCCIDENTALE – Nel terzo atto della trilogia alcune scene sono state girate nella Sicilia occidentale.
A Palermo, una grande festa si svolge a Villa Malfitano mentre al Teatro Massimo dopo la rappresentazione della Cavalleria Rusticana, sulla scalinata esterna, Michael Corleone sfugge ad un agguato nel quale però viene uccisa per errore la figlia Mary.Sullo sfondo di una strada attraversata da un gregge di pecore, spicca il tempio greco di Segesta, in provincia di Trapani, nonostante in sovrimpressione si legga la dicitura Bagheria. In quel momento transita l’auto del Padrino, ritornato in Sicilia.

IL MUSEO DEL CINEMA DI CATANIA– Per concludere in bellezza il viaggio sulle orme lasciate in Sicilia dal Padrino, è indispensabile raggiungere Catania per visitare il sorprendente e bellissimo Museo del Cinema, situato nel Centro Fieristico Le Ciminiere di Viale Africa, meno di 500 metri ad est della Stazione ferroviaria Centrale. In quest’ampia area espositiva, dove un tempo si lavorava lo zolfo, preziosa testimonianza di archeologia industriale ben recuperata e curata, sono ubicati anche i Musei dello sbarco in Sicilia del 1943, delle radio d’epoca e delle carte geografiche storiche della Sicilia.
Al Museo del Cinema, aperto dal martedì alla domenica dalle 9 alle 17, si accede a pagamento: il biglietto costa 4 Euro, spesi benissimo. Strutturato su due piani e su una superficie di 900 mq, oltre ad esporre proiettori, reperti, locandine e ritratti, ripercorre la storia delle scoperte tecniche che hanno preceduto le prime vere e proprie proiezioni cinematografiche dei fratelli Lumiere, fa rivivere, attraverso un filmato di 15 minuti presentato da Lando Buzzanca, frammenti di celebri pellicole, ed omaggia le quattro case di produzione cinematografica (Etna Film, Jonio Film, Sicula Film e Katana Film) attive a Catania del primo quindicennio del 900. Ma la sezione più emozionante del Museo è la cosiddetta “Casa del Cinema”: in alcuni ambienti sono ricostruiti fedelmente set ed allestimenti di celebri film. Fra questi spicca, avvolto in opportuna penombra, lo studio del Padrino. Sedendosi al tavolo, ci si può divertire a calarsi nel ruolo di Don Vito Corleone che, nella scena iniziale, ascolta Amerigo Bonasera e gli accorda un servizio che un giorno forse dovrà ricambiargli.
Per immedesimarsi totalmente nel ruolo del padrino manca però, e non è certo mancanza da poco, un gatto da accarezzare, beatamente appollaiato sulle ginocchia. Quello che don Vito coccola in realtà non era un “attore”previsto dalla sceneggiatura originale. Marlon Brando infatti, amante dei gatti, poco prima di iniziare le riprese lo incontrò negli studi ed iniziò ad accarezzarlo. Tanta si dimostrò la gratitudine del felino nei suoi confronti che non riuscì ad allontanarlo da sé: il regista Francis Ford Coppola allora autorizzò Brando a portarlo sul set. Fra fragorose fusa e festose zampate, la recitazione del gatto, il cui nome non compare nei crediti, non sfigurò di fronte a quella del Padrino

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Teatro Bellini - Catania

Teatro Bellini – Catania

CATANIA e l’itinerario BELLINIANO – SULLE NOTE DEL CIGNO

“Le sue limpide melodie
Come perle intatte
risplendono
ad orgoglio di catania e del mondo”
(da un’epigrafe marmorea presso Chiesa di San Francesco Borgia a Catania)

“La voce di questo secolo che sorge tramanderà ai tempi lontani il tuo nome, o Bellini, poi che il Genio, emanazione di Dio, sta saldo nelle vicende dei secoli”
(Calcedonio Reina – “V. Bellini” – Battiato editore Catania – 1902)

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Vincenzo Bellini nasce a Catania il 3 novembre 1801. E’ figlio e nipote d’arte: il nonno Vincenzo Felice Tobia è ottimo organista e compositore di musica sacra, il padre Rosario pure è musicista seppur meno talentuoso. Manifesta precoce predisposizione per la musica tanto che a sei anni inizia a comporre: rimane il manoscritto di un suo breve componimento chiamato “Gallus cantavit”. A 18 anni lascia la Sicilia diretto a Napoli, dove studia al Conservatorio e crea le prime due opere liriche. Le altre tappe fondamentali della sua breve esistenza sono Milano, dove, nel 1831 compone e rappresenta, nel 1831, la sua opera più famosa, Norma, e Parigi, città in cui entra in contatto con i più affermati musicisti europei e mette in scena trionfalmente per la prima volta, il 24 gennaio 1835, quella che rimarrà la sua ultima opera, “i Puritani”. Muore a Puteaux (sobborgo parigino, dal 1964 dedicato alla memoria di Bellini) il 23 settembre 1835 a seguito di un’infezione intestinale che già da qualche anno lo tormenta. Bellini viene sepolto nel cimitero di Père Lachaise, il più grande di Parigi, e lì rimane per oltre 40 anni fino a quando, nel 1876, la sua salma viene traslata, riportata in Sicilia e inumata in Cattedrale a Catania con solenni e commosse cerimonie a cui partecipano folle di orgogliosi catanesi ed alcuni dei suoi parenti ancora in vita, fra cui due fratelli. E’ il 23 ottobre 1876.
Massimo esponente del romanticismo musicale italiano dell’’800 (“nessun compositore al mondo ha suscitato negli ascoltatori, con tale intensità, il piacere del piangere”, scriverà un contemporaneo), il cigno catanese (così venne definito per l’eleganza e la delicatezza del suo stile musicale) lascia un’eredità di dieci opere liriche ed un corpus vastissimo di romanze, musica sacra, sinfonica, per pianoforte e per organo.
Un ritratto di Vincenzo Bellini, alle cui spalle si vede uno scorcio dell’interno del Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, compare sull’ultima serie di banconote da 5000 Lire, quella immediatamente precedente l’introduzione dell’Euro

5000 lire bellini

L’itinerario belliniano si sviluppa in pieno centro storico e, articolandosi in tappe tra loro molto ravvicinate, va percorso a piedi. Il punto di partenza, Piazza San Francesco, dista circa 1,5 Km dalla Stazione Centrale di Catania.

PALAZZO GRAVINA CRUJLLAS – (Piazza San Francesco, 3) – Edificato all’inizio del ‘700 sui resti di un più antico palazzo distrutto dal terremoto del 1693, è la casa natale di Vincenzo Bellini (vi nacque nella notte tra il 2 ed il 3 novembre 1801 e vi abitò fino al 1819, dichiarata monumento nazionale nel 1923) e la sede del Museo Civico Belliniano, inaugurato nel 1930 al primo piano dello stabile. Il museo è visitabile tutti i giorni: dal lunedì al sabato dalla 9 alle 19, la domenica ed i festivi dalle 9 alle 13. Allestito secondo un criterio che ripercorre la vita e le opere del compositore in senso cronologico, occupa cinque stanze precedute da un vano d’ingresso. Nella prima (sala A) infatti si trova il letto in cui, secondo le testimonianze dei discendenti, venne alla luce e nell’ultima (sala E) la bara di legno entro la quale la sua salma fu trasportata da Parigi a Catania nel 1876, 41 anni dopo la morte. Tutti gli ambienti sono ricchi di strumenti musicali, locandine, libri, spartiti, lettere, quadri e vari cimeli appartenuti o correlati all’esistenza di Bellini. Nella sala A si trovano alcune stampe che raffigurano la Catania del primi secoli dell’’800. Nella sala B, il salotto di casa, sono esposti ritratti, un busto ed una maschera di cera col calco del viso del compositore, una lettera autografa di Rossini che ne annuncia la morte, documentazione inerenti al decesso (fra cui una sorta di certificato di morte ed il referto medico dell’autopsia), oggetti personali come orologi, spille, calamai e una spilla antimalocchio formata da un grosso cristallo di rocca e da due cornetti che normalmente indossava, essendo egli molto superstizioso. Nella sala C, pannelli didascalici che illustrano le tappe della vita del musicista e strumenti musicali fra cui la spinetta appartenuta al nonno Vincenzo Tobia su cui da bambino suonò le prime note. Nella sala D oltre ad un pianoforte sono custodite partiture e manoscritti autografi delle opere. La sala E, dove è deposta la bara, ricostruisce per mezzo di fotografie ed altre immagini la traslazione delle spoglie da Parigi a Catania.
Nello stesso palazzo, attiguo al Museo Bellini, è allestito quello dedicato allo scultore catanese Emilio Greco.

Piazza Duomo - Catania

Piazza Duomo – Catania

DUOMO o CATTEDRALE DI SANT’AGATA – (Piazza Duomo) – A circa 300 metri dal museo, raggiungibile attraverso un breve tratto di Via Vittorio Emanuele, c’è il cuore di Catania, ovvero Piazza Duomo, da cui parte la via Etnea, un rettilineo di circa tre Km pavimentato di lastre di lava che fugge in leggera salita verso il vulcano. In mezzo alla piazza è collocato, sopra una fontana e sotto un obelisco, “u liotru”, l’elefante nero realizzato a metà del ‘700 scolpendo un nerissimo blocco di basalto e diventato ben presto il simbolo cittadino. In un altro punto della piazza si trova la fontana dell’Amenano, la cui acqua, cadendo, si riversa nell’omonimo fiume che scorre sotterraneo per quasi tutto il suo corso prima di emergere nei pressi del Giardino Pacini e sfociare in mare. Sul lato orientale si staglia l’imponente cattedrale dedicata a Sant’Agata, Patrona della città, che si festeggia con gran fervore il 5 febbraio, edificata sul finire dell’XI° secolo dai Normanni sulle rovine di strutture termali romane (le Terme Achilliane, visitabili attraverso un percorso sotterraneo). La chiesa è stata ricostruita o rimaneggiata in seguito ai danni e alle distruzioni provocati da terremoti ed eruzioni vulcaniche verificatisi nei secoli. L’ultima riedificazione, risalente agli anni compresi, fra il 1733 ed il 1761 le ha conferito un aspetto barocco. E’ inclusa nella lista dei beni patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco.
All’interno, nella seconda campata della navata di destra, si trova la tomba monumentale di Vincenzo Bellini, realizzata in marmo di Carrara e bronzo dallo scultore genovese (nonché soldato garibaldino: partecipò, ventenne, alla spedizione dei mille) Giovan Battista Tassara. Il monumento è adornato da un altorilievo che raffigura alcuni personaggi femminili delle sue opere, mentre sulla lapide sono iscritti i versi “Ah! non crede a mirarti si presto estinto, o fiore”, tratti dal II° atto dell’opera “La sonnambula”, composta nel 1831.
Il feretro di Bellini viaggiò in treno da Parigi a Reggio Calabria, poi in piroscafo fino a Catania. La carrozza funebre raggiunse il Duomo partendo dal quartiere Borgo. Con questa enfasi l’ormai anziano amico e compagno di studi Francesco Florimo descrive il transito in Via Etnea: “in tutta la sua lunghezza era ingombra di popolo commosso ed entusiasta al più alto grado” “popolo era pigiato e compatto sulla via, popolo sui palchi eretti in vari punti del corso, popolo su tutti i balconi, su tutte le terrazze; sugli sporti degli edifici, sui tetti, ovunque… Il convoglio nel suo passaggio veniva salutato da piogge di fiori, di corone, di banderuole di carta colorata su cui leggevansi versi d’occasione ; veniva accolto con un fremito e con una commozione di teste e di braccia le quali non formavano altro che una massa compatta, chiazzata di tutti i colori. I fazzoletti si agitavano e se abbassavansi, non era perchè stanchi di far plauso, ma perchè dovevano asciugare una lagrima”.

Teatro Bellini by night

TEATRO MASSIMO “MASSIMO BELLINI” – (affacciato su Piazza Bellini, a circa 500 metri da Piazza Duomo,)
A 89 anni dalla nascita, 55 dalla morte ed a 14 dalla sepoltura in Duomo, il 31 maggio 1890, con la rappresentazione della sua opera più famosa, “la Norma”, viene inaugurato il teatro “edificato a spese del Comune e dedicato al nome immortale di Vincenzo Bellini ad ammaestramento e sollazzo del popolo e perenne decoro della città” come recita un iscrizione del poeta catanese Mario Rapisardi. Il teatro, progettato dall’architetto Carlo Sada coadiuvato dal maestro Andrea Scala, viene completato dopo sette anni dall’inizio dei lavori, nel 1887. Ostacoli Burocratici costringono a posticipare di tre anni l’inaugurazione che, riportano le cronache, avviene in un clima di festa particolarmente suggestivo, alla luce di “tremolanti fiammelle di gas arancione a forma di farfalle”.
La facciata è in stile neobarocco, ricca di decorazioni. La sala, a forma di ferro di cavallo, ha quattro ordini di palchi ed un loggione, sovrastati da un soffitto affrescato da Ernesto Bellandi raffigurante l’apoteosi del compositore attorniato dalle Muse e vari soggetti tratti dalle opere. La capienza del teatro, che eccelle per la qualità dell’acustica, è di 1200 posti. All’interno del teatro è collocata una stanza in bronzo di Bellini. Sono previste visite guidate dal martedì al sabato alle 9.30 ed alle 12.
In Sicilia altri teatri sono intitolati a Vincenzo Bellini: a Palermo (nell’omonima piazza, intitolato nel 1848), ad Acireale (inaugurato nel 1870, disastrato da un incendio nel 1952) e ad Adrano, in provincia di Catania, inaugurato nel 1846.

Teatro bellini interno

MONUMENTO A BELLINI – (Piazza Stesicoro) Dista circa 700 metri dal Teatro Bellini: per raggiungerla si deve percorrere Via Etnea in direzione del vulcano fino a raggiungere Piazza Stesicoro, quest’ultima letteralmente divisa in due settori dall’attraversamento della principale strada catanese. In quello orientale si trova appunto il monumento dedicato al compositore, di fronte l’anfiteatro romano.
Commissionato dal Comune di Catania allo scultore Giulio Monteverde, l’opera venne inaugurata il 21 settembre 1882. All’epoca si svilupparono discussioni piuttosto accese per stabilire dove dovesse essere sistemata. C’era infatti chi propendeva per ubicarla di fronte al teatro (che sarà completato nel 1887 ma inaugurato solo nel 1890) e chi invece in Piazza Duomo, al posto dell’elefante nero. Per non scontentare nessuna delle due fazioni, prevalse l’idea di posizionarlo in Piazza Stesicoro. Il monumento è realizzato interamente in marmo bianco, è alto 15 metri e poggia su una base quadrangolare, alta circa tre metri, su cui sono incise le parole “A VINCENZO BELLINI, LA PATRIA”. Al di sopra della base una scalinata a piramide tronca formata da sette gradini, corrispondenti al numero delle note musicali. Alla sommità della scala si erge una colonna a base quadrata attorniata per ciascun lato da quattro sculture, allegorie di altrettante opere del musicista (Norma, I puritani, La sonnambula, I pirati) e sormontata dalla statua di Vincenzo Bellini seduto su una sedia a dominare i dintorni con lo sguardo. Il tutto contornata da una bassa cancellata in ferro battuto.

monumento bellini

VILLA BELLINI – (Via Etnea) Da Piazza Stesicoro, percorrendo Via Etnea per circa 400 metri, sulla sinistra si trova l’ingresso monumentale di Villa Bellini, il cuore verde di Catania, il grande giardino pubblico, considerato fra i più belli d’Europa, che si estende su una superficie di poco superiore ai 7 ettari. Il nucleo originario risale al XVIII° secolo, quando era nota come “il labirinto” per via dell’intricatissima rete di vialetti che, seguendo le mode in voga, il proprietario, il principe Paternò Castello, aveva voluto realizzare. Dopo un periodo di declino durato vari decenni susseguente alla morte del principe, nel 1854 l’area fu acquisita dal Comune assieme ad altri terreni per incrementarne la superficie, con l’intento di adattarlo a spazio pubblico. I lavori si protrassero fino al 1883, anno in cui il parco fu aperto alla cittadinanza.
Oggi il giardino intitolato al compositore, non più situato in zona periferica ma inglobato nel centro cittadino dallo sviluppo urbanistico, si presenta con 3 ingressi (quello principale di Via Etnea è costituito da una scalinata), molti viali e vialetti, due collinette (in cima ad una di esse c’è un chiostro in ferro battuto, in passato utilizzato per concerti), aiuole fiorite, prati, vasche, fontane, statue in quantità ed una vegetazione ricchissima, mediterranea ed esotica. Su uno dei lati del polmone verde si sviluppa il “Viale degli Uomini illustri”, ornato da colonne su cui sono posizionati busti di importanti personalità catanesi (e non solo). Tra di esse Giovanni Verga, l’altro scrittore verista Luigi Capuana, gli attori Angelo Musco e Giovanni Grasso, il poeta greco siceliota Stesicoro. Il busto di Vincenzo Bellini è invece collocato altrove e sovrasta un orologio floreale. Il Giardino Bellini è sede, soprattutto estiva, di concerti e spettacoli.

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CHIESA SAN FRANCESCO BORGIA – (Via dei Crociferi, 17) – Nelle immediate vicinanze della casa natale di Bellini, lungo Via dei Crociferi (una delle strade più scenografiche della città, attorniata da monasteri, chiese barocche e palazzi nobiliari), si trova la Chiesa di San Francesco Borgia nella quale il compositore, il 4 novembre 1801, giorno successivo alla nascita, fu battezzato. Una epigrafe apposta di recente ricorda l’evento.
PASTA ALLA NORMA E N’ZUDDU – Un itinerario belliniano non può prescindere da una sosta al ristorante per gustare un abbondante piatto di pasta alla Norma, l’apoteosi della cucina mediterranea che più mediterranea non potrebbe essere, dato che prevede la mescolanza, colorata e profumata, di pasta, pomodoro, melanzane, basilico fresco e ricotta salata.
Si tramanda che ad attribuire alla ricetta il nome “Norma” sia stato il commediografo catanese Nino Martoglio che, nel durante un pranzo a casa dell’attore Angelo Musco, paragonò la squisita bontà di quanto stava mangiando (per l’appunto spaghetti conditi con salsa di pomodoro, basilico, melanzane fritte e ricotta salata) alla grandezza della più importante opera di Bellini (per l’appunto la Norma). Un capolavoro l’opera musicale ed un capolavoro l’opera gastronomica quindi.

ricetta norma

A Bellini, oltre alla pasta, è dedicato un biscotto alla mandorle chiamato N’Zuddu (N’Zuddu in siciliano è il soprannome ed il vezzeggiativo di Vincenzo) Ha forma più o meno sferica ed una coloratura dorata e a Catania si sforna tradizionalmente nei primi giorni di novembre, in occasione di Ognissanti e del giorno della commemorazione dei defunti. Gli ingredienti sono farina, zucchero, mandorle tostate, miele, albume d’uovo, lievito, scorza d’arancia e cannella.
AEROPORTO E MUSEO DEL CINEMA – L’itinerario alla scoperta di Bellini potrebbe idealmente iniziare atterrando all’aeroporto Fontanarossa di Catania, uno dei più importanti d’Italia, che è stato intitolato a Vincenzo Bellini nel 2007.
Infine va ricordato che la città di Catania è stata set di due film, peraltro fin troppo romanzati, dedicati alla vita del compositore, entrambi intitolati “Casta diva” ed entrambi diretti dal regista Carmine Gallone, rispettivamente nel 1935 e nel 1954. “Casta diva” è anche il titolo di una canzone scritta da Franco Battiato nel 1998, dedicata a colei che è stata l’insuperata interprete della Norma, ovvero Maria Callas.

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Etna in Eruzione vista da Riposto

Etna in Eruzione vista da Riposto

ETNACENTRISMO – ALLA CORTE DI SUA MAESTA’ L’ETNA

L’ETNA STA COME UN IMMENSO GATTO DI CASA CHE QUIETAMENTE RONFA E OGNI TANTO SI SVEGLIA, SBADIGLIA, CON PIGRA LENTEZZA SI STIRACCHIA E, D’UNA DISTRATTA ZAMPATA, COPRE ORA UNA VALLE ORA UN’ALTRA, CANCELLANDO PAESI, VIGNE, GIARDINI.
(LEONARDO SCIASCIA – da “CRUCIVERBA” 1983)

 

Escursioni Etna

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UN’AMICA INGOMBRANTE – L’Etna è la forza, l’orgoglio, il vanto delle genti della Sicilia Orientale. Ne è la fortuna ma anche la disperazione. Fortuna perché le sue eruzioni sprigionano ceneri e lave che rendono fertilissimi i terreni agricoli. Le arance, il vino, il miele, l’olio, il pistacchio, le castagne, i funghi, i formaggi, le mandorle, le nocciole, le mele, le ciliegie, le fragole sono immense ricchezze che l’Etna, generosa, dispensa sul proprio territorio. Disperazione perché in qualsiasi momento può farsi crudele e togliere dispettosamente quei doni che in precedenza aveva elargito, distruggendo tutto: campi, boschi, case, città. Catania stessa più volte è stata rasa al suolo e più volte ostinatamente è rinata dalle proprie ceneri, allo stesso modo di tante altre città, piccole e grandi, aggrappate ai fianchi della montagna di fuoco. Il milione scarso di abitanti che popola l’area etnea considera il vulcano in prevalenza una presenza certo incombente ma tutto sommato amica, se non altro perché, quando è in preda alla sua terribile collera, lascia il tempo agli abitanti delle zone verso le quali la lava si dirige, di mettersi al riparo.

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UN GIGANTE SENZA QUOTA – L’Etna, familiarmente “idda”, cioè declinata al femminile, è’ l’unica montagna italiana che non conosce esattamente quanto sia alta. I geologi la definiscono montagna dinamica, cioè in perenne trasformazione, in quanto le frequenti eruzioni ne modificano sempre contorni e fisionomia, anche a livello sommitale. Il tetto dovrebbe situarsi a circa 3330 metri di quota. E’ il vulcano attivo più alto d’Europa e nel 2013 è stato insignito dall’Unesco del titolo di Patrimonio mondiale dell’Umanità. Al fine di salvaguardare e conservare le specie vegetali e animali che vivono nell’area, alcune delle quali endemiche, ed al tempo incentivare lo sviluppo economico compatibile e rispettoso di un territorio di così grande pregio, nel 1987 è stata istituita un’area naturale protetta, denominata Parco dell’Etna, ripartita in quattro settori corrispondenti a diversi livelli di tutela. Nell’area del parco sono inclusi venti comuni: Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Castiglione di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maletto, Mascali, Milo, Nicolosi, Pedara, Piedimonte Etneo, Randazzo, Ragalna, Sant’Alfio, Santa Maria di Licodia, Trecastagni, Viagrande e Zafferana Etnea.

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UNA NATURA VULCANICA – Leonardo Sciascia paragonava l’Etna ad un immenso gatto di casa. Sicuramente avrà saputo che sull’Etna è di casa l’antenato dei gatti di casa, cioè il gatto selvatico. Da quando è istituito il Parco la sua presenza è aumentata, anche se incontrarlo è molto difficile a causa della sua indole schiva e delle abitudini notturne. Sul vulcano vivono molti altri mammiferi come volpi, istrici, martore, lepri, donnole, ghiri e tante specie di pipistrelli. Sulle rocce d’alta quota sono tornate a nidificare le aquile reali oltre a vari altri rapaci. Nel lago Gurrida, nei pressi di Randazzo, unico specchio d’acqua dolce montano, vivono uccelli acquatici come anatre ed aironi. Spinte dalle correnti d’aria ad oltre 3000 metri di quota, sono sorprendentemente presenti nel deserto lavico le coccinelle, che comunque, per nutrirsi dipendono da forme di vita vegetali presenti a quote inferiori. Tra le sciare si possono trovare cavallette scurissime ultramimetiche ed una rarissima farfalla dai colori gialli e arancioni chiamata l’aurora dell’Etna (Anthocharis damone).
Dal livello del mare alle quote più alte la vegetazione varia in maniera drastica fino a scomparire. In zona pedemontana prosperano gli agrumeti; nella media collina ulivi, pistacchi (ad ovest), mandorli e noccioli; più in alto boschi di castagni, di lecci e di cerri sovrastati a loro volta da pinete di pino laricio (specie nel versante settentrionale); risalendo ulteriormente di quota dominano i faggi e una varietà di betulle endemica dell’Etna. Oltre i 2000 metri queste ultime essenze possono vegetare solo in forma di arbusti; al di sopra dei 2500 metri sopravvivono unicamente forme pioniere di vita, adattate alle condizioni estreme del clima e dell’ambiente (venti forti, violente escursioni termiche, instabilità del suolo, siccità, insolazione, ecc). E’ questo il regno della romice, dell’astragalo dell’Etna (o spin santo), dalla camomilla dell’Etna, della saponaria, tutte piante molto colorate che si dispongono in macchie o bassi cespugli. Oltre i 3000 metri l’Etna non ammette più vegetazione: rimane solo il deserto lavico. Ma tale deserto vulcanico lo si può trovare anche molto più in basso, creato da una colata eruttiva. E così rimarrà finchè i primi licheni e muschi si saranno infiltrati nella roccia. Poi compariranno le piante pioniere e le ginestre, che sull’Etna possono assumere l’aspetto di alberelli alti alcuni metri. Solo dopo molti decenni si insedierà il bosco.

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LA FERROVIA CIRCUMETNEA – Viaggiare a bordo di un treno della Ferrovia Circumetnea (FCE) è un modo particolare e straordinario di conoscere la grande montagna. Si astenga dal farlo però chi ha fretta, poiché, dopo che si sarà seduto in carrozza, al di là del finestrino, tutto il mondo circostante scorrerà davanti ai suoi occhi a lenta velocità.
Solo poco più di tre anni, un arco di tempo davvero molto breve considerando le risorse tecnologiche dell’epoca e l’asprezza dei luoghi, occorsero per realizzare interamente la Ferrovia Circumetnea. Forse ai giorni nostri un simile exploit sarebbe impensabile. Tra il 1895 ed il 1898 infatti il progetto di una ferrovia che corresse lungo il periplo del vulcano si concretizzò: furono scavate numerose gallerie, costruiti decine di ponti e viadotti, edificate stazioni e locali di servizio, collocati binari lungo un itinerario di poco superiore ai 110 Km. L’impianto originario è rimasto sostanzialmente invariato fino ad oggi, se si escludono piccole modifiche al tracciato rese necessarie per riparare le distruzioni provocate da eventi bellici e colate laviche e, più recentemente, per costruire gallerie fra Adrano e Biancavilla. La linea non è elettrificata. Le locomotive a vapore dei primi decenni sono state sostituite col tempo da mezzi più moderni. Un cambiamento epocale avvenne nel 1937, quando entrò in servizio la prima littorina dotata di motore diesel. Con questo termine (“a litturina da Ciccum-Etnea”, come scrisse Franco Battiato nel 1979 nella canzone “Stranizza d’Amuri”) ancora oggi, molti indigeni continuano affettuosamente a chiamare ogni treno che arranchi sui saliscendi del vulcano.
Le stazioni capolinea della FCE (che assicura anche un servizio di autolinee complementare a quello dei treni) sono Riposto e Catania Borgo. Quest’ultimo è un quartiere, ora totalmente inglobato nella città, sorto per accogliere i sopravvissuti della grande eruzione del 1669, sfollati da vari paesi etnei.
Sono mediamente 4 o 5, a seconda della stagioni, le possibilità di compiere il tragitto completo, nei due sensi di marcia, al costo di € 7,90. Normalmente è previsto il cambio a Randazzo e, in base alla durata della sosta in questa città, dipendono i tempi di percorrenza complessivi, che comunque si aggirano mediamente attorno ai 150 minuti. Ci sono anche altre corse giornaliere su tratte parziali. Sciaguratamente però i tremi non circolano la domenica e nei festivi. Difficile dire quante siano complessivamente le stazioni: oltre a quelle delle città principali, ci sono anche alcune fermate facoltative a servizio di case sparse o fondi agricoli. L’altimetria varia dai 17 mt s.l.m. di Riposto ai 976 mt s.l.m., tetto della linea, di Rocca Calanna, approssimativamente a metà percorso. Ed è proprio in funzione di questa variabilità altimetrica che la vegetazione e le coltivazioni variano di continuo, passandosi il testimone come per una ideale staffetta della natura: giardini di aranci, limoni e cedri, uliveti, vigneti, piante di mandorlo e nocciolo, castagneti, pistacchieti (stupefacente guardare la grande distesa di questi alberi che per Km contornano l’abitato di Bronte), macchie di pini, querce e faggi, fichi d’india abbarbicati alle rocce, ginestre che ingialliscono le sciare. Le sciare appunto: colate di lava, fini o a blocchi a volte anche giganteschi, in mezzo ai quali il treno si intrufola, che interrompono bruscamente la vegetazione e dipingono all’improvviso di nero paesaggi che poco prima avevano ben altri colori. Edmondo de Amicis, dopo aver assicurato che il giro della Circumetnea è “il viaggio circolare più incantevole che si possa fare sulla faccia della terra”, scrisse che “la ferrovia attraversa un paradiso terrestre, interrotto qua e là da zone dell’inferno” (da “Ricordi di un viaggio in Sicilia” 1908).

serena circumetnea

IL TRAGITTO – Partendo da Catania, si incontrano centri importanti e popolosi della provincia etnea, come Misterbianco (il nome gli deriva da un monastero bianco distrutto dall’eruzione del 1669), Belpasso (città caratterizzata da una pianta urbana a scacchiera talmente geometrica che le strade si chiamano semplicemente rette e traverse identificate da numeri romani, ed imprescindibile per i golosi dei torroncini visto che vi ha sede una celeberrima casa produttrice), Paternò (possiede uno splendido castello normanno di forma cubica), Biancavilla e Adrano (tra il notevole patrimonio archeologico si segnalano gli imponenti segmenti di mura, costituiti da grandi blocchi di pietra lavica squadrati, risalenti al periodo di fondazione della città, avvenuta nel 400 sec. A.C., ed un caratteristico ponte medievale sul fiume Simeto). A questo punto l’altimetro segna 500 metri s.l.m.

Un’altra quindicina di Km e si sale agli 830 metri della stazione di Bronte. L’abitato, situato a circa 750 metri di quota, è un po’ distante dalla stazione. Bronte è, come risaputo, la capitale del pistacchio. Nel territorio circa 4000 ettari di rocce laviche, che sarebbero proibitive per qualsiasi altra vegetazione, sono coltivate a pistacchieti. La città, secondo la mitologia fondata dal ciclope omonima, è famosa anche per la rivolta dei contadini brontesi contro i nobili latifondisti borbonici, soffocata nel sangue dalle truppe garibaldine comandate da Nino Bixio. Scollinata la sommità della linea, i 974 metri s.l.m. di Rocca Calanna, si inizia a scendere. Passata Maletto, il paese delle fragole, dopo un’altra decina di Km si arriva a Randazzo, città molto bella che vale certamente la pena di visitare, anche approfittando del cambio obbligato di treno e della sua vicinanza alla stazione. Pur essendo la città più vicina al cratere centrale del vulcano, da cui dista circa 15 Km, non è mai stato aggredita e distrutta dalla lava e quindi mantiene ancora il suo originale impianto urbanistico originario medievale. Sono ancora in piedi segmenti delle mura, che in epoca sveva cingevano la città, unitamente ad alcune porte. Tra le stradine del centro storico, lastricate di acciottolato di basalto lavico, particolarmente suggestiva è la via degli Archi. Sono tante le chiese ed i palazzi di gran pregio. L’arredo urbano è ben curato e ogni angolo cittadino regala scorci ricchi di fascino.

Randazzo le sue vie medievali

Tornati sul treno, saliscendi conducono a due frazioni del comune di Castiglione di Sicilia, Passopisciaro (in origine forse “passu pi sciari”, cioè passo attraverso le sciare) e Sollicchiata, e a Linguaglossa (un tempo legata economicamente alla lavorazione di grossi tronchi di pino laricio, che provenienti dalla vicina pineta Ragabo, venivano prima collocati in ampi spazi, ancora in parte visibili nella via centrale della città, e poi trasportati nelle marine joniche). A seguire Piedimonte Etneo (prima di assumere l’attuale denominazione si chiamava Belvedere, per via delle splendide vedute sul mar Jonio che si ammiravano e, naturalmente, ancora si ammirano), Nunziata (il paese che, miracolosamente, nel 1928, fu solo sfiorata dalla colata lavica che distrusse interamente Mascali, quest’ultima poco dopo rifondata di sana pianta a valle), Giarre e finalmente Riposto.

I CRATERI – Le porte di accesso alle quote apicali dell’Etna più frequentate sono Piano Provenzana, per il versante settentrionale (Etna Nord), e il Rifugio Sapienza, per quello meridionale (Etna Sud). L’ascesa al vulcano vera e propria, quella cioè che permette di arrivare ai crateri sommitali, per molti inizia da questi due luoghi. La vetta, con le sue bocche da fuoco, non è mai uguale a sé stessa e si trasforma in continuazione: attualmente ci sono ben cinque crateri sommitali, mentre ad inizio del ‘900 c’era solo il cratere centrale. Il tetto della montagna, e quindi della Sicilia, è localizzato nel cratere di sud-est. A meno che non siano in corso eruzioni, si può salire lungo i fianchi dell’Etna liberamente fino a quota 2900: verso altitudini maggiori è obbligatorio essere accompagnati da guide vulcanologiche o alpine. Specialmente se si ha poca esperienza ed una condizione fisica non ottimale, è fondamentale ricordare che a quote elevate le condizioni meteo possono variare all’improvviso: il sole può lasciare il posto, senza preavviso, ad una fittissima nebbia o ad un violento temporale e in questo caso il senso dell’orientamento potrebbe tradire. L’Etna è crivellato inoltre da centinaia di crateri secondari, retaggio delle infinite eruzioni succedutesi dal tempo dei tempi fino ad oggi.

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ETNA NORD – Arrivare a Piano Provenzana (quota 1810 metri s.l.m.) con mezzi pubblici è impossibile e quindi è giocoforza doversi muovere in automobile. Da Riposto dista poco più di 30 Km e la si raggiunge per mezzo di strade provinciali che transitano per Milo (situata a 750 mt. s.l.m., si caratterizza per un’imponente produzione vinicola e per essere la città di residenza del musicista Franco Battiato) oppure per Sant’Alfio (nei cui immediati dintorni vive l’albero più antico d’Italia, il Castagno dei Cento Cavalli, che si stima possa avere circa 4000 anni) ed arrivano, in entrambi a casi, a Fornazzo, paese da cui parte la strada regionale Mareneve, che in 18 Km abbastanza tortuosi porta a Piano Provenzana.
Un punto di partenza alternativo è Linguaglossa (550 mt. s.l.m., raggiungibile per mezzo della Ferrovia Circumetnea). La salita, che si sviluppa lungo un altro settore della Via Mareneve, è di circa 20 Km, nella prima parte molto verdeggianti (si costeggia la Pineta Ragabo, dove molti percorsi da trekking di varie difficoltà sono tracciati fra pini larici e colate laviche) e poi via via sempre più “vulcanici”, con enormi blocchi neri a far da corona all’asfalto.
Piano Provenzana ha un parcheggio a pagamento piuttosto capiente, impianti e piste per sci da fondo e alpino, le classiche casette di legno che vendono souvenir e cibi, un ristorante ma non luoghi di pernottamento da quando, nel 2002, la lava ha spazzato via i due alberghi fino ad allora presenti.
L’avvicinamento ai crateri sommitali può essere effettuato anche a bordo di fuoristrada e di minibus della ditta STAR.

Etna escursioni con pick up al B&B

Etna escursioni con pick up al B&B

LA SUPERMARATONA DELL’ETNA – Un sistema decisamente insolito per risalire il versante nord, è…. farlo di corsa, dal mare fino a quota 3000, partecipando alla competizione, dal tracciato costantemente in salita, denominata “Supermaratona dell’Etna”, che si svolge a metà giugno su un percorso di 43 Km, uno in più della canonica distanza di Maratona. Si parte dalla spiaggia di Marina di Cottone, si attraversano Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, si arriva a Piano Provenzana, da dove si imbocca un sentiero sempre più ripido (con pendenze che talvolta si inaspriscono oltrepassando il 35%) che conduce all’arrivo posto a 3000 metri di quota. E’ un’esperienza che costringe ad una fatica crudele ma che regala una soddisfazione immensa.

grotta-scorrimento-lavico

ETNA SUD – Da Piano Provenzana si può raggiungere il Rifugio Giovannino Sapienza, prima ridiscendendo a Fornazzo e a Milo e poi percorrendo la strada provinciale 92 che attraversa Zafferana Etnea, la capitale del miele, particolarmente quello di arancio (la città produce circa il 20% del miele italiano).
Il Rifugio Sapienza è raggiungibile da Catania (autostazione) tramite un pulman di AST, Azienda Siciliana Trasporti. Il mezzo parte alle 8:15 ed il viaggio dura circa due ore. La corsa di ritorno è alle 16:30. Lasciata Via Etnea, l’itinerario passa per Gravina di Catania (centro di ridotta estensione ma con la più alta densità abitativa di tutta la Sicilia; similmente ad altre città etnee attigue di bassa e media collina, essa ha registrato negli ultimi quarant’anni una esplosiva crescita demografica in coincidenza di una significativa riduzione della popolazione di Catania), Mascalucia (conserva un elegante e ben curato centro storico che si contrappone ad una periferia fitta di palazzoni; la città contava 4000 abitanti ad inizio anni ’70 diventati oggi 32000) e Nicolosi (700 mt. s.l.m., deve il proprio nome al monastero di San Nicolò la Rena, fondato nel XII sec, oggi sede dell’Ente Parco dell’Etna. Nel centro cittadino c’è un museo vulcanologico e nei dintorni i crateri dei Monti Rossi, formatisi nel 1669, sui quali prospera una pineta trapunta di sentieri da trekking.) Da Nicolosi rimangono circa 18 Km di strada, immersi in uno scenario via via sempre più “lunare”, per raggiungere Rifugio Sapienza, dove l’asfalto finisce ed iniziano le piste di sabbia vulcanica.
A pochi metri dal Rifugio, situato a quota 1910 ed intitolato ad un alpinista morto nel corso della seconda guerra mondiale, si trova la stazione di partenza delle Funivie dell’Etna. Il punto di arrivo delle cabine (cambiato forzatamente più volte in sessant’anni di storia, originariamente era situato a quota 2900) si raggiunge in circa 15 minuti dopo 2 Km di ascesa ed è attualmente situato a 2507 mt s.l.m. Lì stazionano autobus navetta e fuoristrada che conducono i visitatori appena sotto la sommità del vulcano, cioè fin dove si può accedere senza l’accompagnamento delle guide.

Funivia dell'Etna escurioni

Poco prima del Rifugio, comodi da visitare, alla portata di tutti e comunque molto interessanti, si aprono i Crateri Silvestri, due coni formati nel corso dell’eruzione del 1892.
Come per Etna Nord, sono tante le piste laviche che si inerpicano sui fianchi della montagna, contornano voragini, si addentrano in grotte oppure raggiungono rifugi, osservatori o altre rare tracce della presenza umana. E’ necessario affidarsi alla segnaletica, consultare cartografie aggiornate e dettagliate o meglio ancora fruire dell’accompagnamento di guide esperte. Tra le tante destinazioni raggiungibili dal Rifugio Sapienza, c’è la scalata al punto dove sorgeva la cosiddetta “Torre del Filosofo”, una struttura-rifugio, sepolta pressoché totalmente dalla lava nel 2013. Era ancorata a 2900 metri s.l.m., come già detto, quota massima consentita per escursioni in autonomia. Tradizione vuole che il filosofo agrigentino Empedocle dimorasse in zona per meglio studiare il vulcano, nel cui cratere si lanciò.

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